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ACCOSSATO DANIELE

"Nel momento in cui l'opera d'arte viene imballata, perde la sua funzione contemplativa per diventare merce, pronta a viaggiare. È lì che scatta il cortocircuito visivo."

"La cassa, da semplice contenitore, diventa l’opera stessa: un confine fisico, ma anche concettuale, che protegge la scultura dalla mercificazione. Nel momento in cui l'opera d'arte viene imballata, perde la sua funzione contemplativa per diventare merce, pronta a viaggiare. È lì che scatta il cortocircuito visivo."

La ricerca plastica di Daniele Accossato si struttura come una potente e lucida riflessione sulla mercificazione dell'arte e sulla perdita dell'aura dell'opera contemporanea all'interno della società dei consumi. Riconosciuto e apprezzato per le sue celebri sculture "ingabbiate", l'artista reinterpreta l'iconografia classica — divinità mitologiche, centauri, putti e frammenti di corpi perfetti modellati con maestria in resina, marmo, gesso o bronzo — inserendoli forzatamente dentro casse di legno da trasporto, parzialmente avvolti da fogli di pluriball, cinghie di serraggio industriali e paglia da imballaggio.
Questa coesistenza forzata e stridente tra la sublime, eterna eleganza della forma classica e la brutale, asettica estetica della logistica industriale genera una reazione emotiva e intellettuale immediata nello spettatore: l'opera d'arte non è più un simulacro sacro da contemplare su un piedistallo museale, ma si trasforma in una merce preziosa, sequestrata, standardizzata e pronta per essere spedita in qualsiasi parte del mondo secondo le sole leggi del profitto e dello scambio.
Il vero fulcro dell'indagine estetica e concettuale di Accossato risiede proprio nella profonda tensione psicologica e fisica che scaturisce da questo confinamento spaziale. Le figure, modellate con una tecnica formidabile e rigorosa che omaggia apertamente la grande tradizione rinascimentale e neoclassica, sembrano quasi contorcersi, soffrire e adattarsi allo spazio angusto, buio e costrittivo del loro contenitore. In questo modo, le casse di legno smettono di essere dei semplici involucri funzionali o protettivi per diventare parte integrante, attiva e indissolubile della scultura stessa.
Si genera così un limite spaziale che nega deliberatamente la piena fruizione dell'opera ma che, al tempo stesso e in modo paradossale, la preserva e la custodisce dalle contaminazioni commerciali esterne. La parziale sottrazione della visuale completa costringe lo spettatore a un esercizio attivo di immaginazione e di memoria storica, trasformando l'atto stesso del guardare in una profonda e silenziosa riflessione sulla vulnerabilità della bellezza, sulla sua potenziale distruzione e sui complessi compromessi che regolano il mercato culturale odierno.

Nato a Torino nel 1987, Daniele Accossato ha intrapreso il proprio percorso artistico formandosi presso l'Accademia Albertina di Belle Arti della città sabauda, dove si è diplomato in scultura nel 2011. Fin dagli esordi della sua carriera professionale, ha dimostrato una profonda, innata padronanza delle tecniche plastiche e dei materiali tradizionali, strumenti che ha progressivamente e brillantemente messo al servizio di una poetica concettuale contemporanea, fortemente critica nei confronti delle dinamiche di consumo e della feticizzazione dell'oggetto artistico.
Il suo percorso espositivo si è capillarmente consolidato nel corso degli anni attraverso la costante partecipazione a importanti fiere d'arte, progetti curatoriali di rilievo, mostre collettive e significative personali sia in Italia che all'estero. Questa continuità e questo rigore intellettuale hanno catturato l'attenzione di critici, istituzioni e collezionisti internazionali, che riconoscono nella sua produzione una delle voci più coerenti, provocatorie e visivamente potenti della scultura contemporanea, capace di far dialogare il passato immutabile con le contraddizioni del presente.

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